L’acqua è preziosa, ma costa troppo

Acqua-vitalizzata-con-sistema-Grander_medium[1]

Gli Italiani consumano sempre più acqua del rubinetto, ma purtroppo i costi sono molto elevati. Le compagnie di distribuzione fanno pagare oneri finanziari per lucrare sulla principale risorsa per gli esseri umani.
In media una famiglia italiana ha pagato, nel 2013, 333 euro annuali per il servizio idrico. Le differenze fra regioni e città sono però molto elevate: a Firenze una famiglia paga 542 euro l’anno, a Isernia si ferma a 120 euro. La tendenza delle tariffe è in costante aumento: più 43% dal 2007, più 7,4% solo nel 2013. E non accenna a ridursi la dispersione idrica: il 33% dell’acqua in media va persa ma in alcune città lo spreco è ancora maggiore.
Secondo i dati diffusi dal Wwf per la giornata mondiale dell’acqua, ogni italiano consuma al giorno oltre 6mila litri di acqua nascosta nei prodotti che consuma. Ma gli Italiani per fortuna, negli ultimi, anni fanno un maggiore ricorso all’acqua del rubinetto che va a sostituire l’inutile spreco di acqua in bottiglia. Negli ultimi 7 anni la scelta di bere acqua di rubinetto è passata dal 70,4% al 75,5%, secondo una ricerca dell’Istituto indipendente Cra Nielsen svolta in collaborazione con Aqua Italia, l’associazione che riunisce le aziende per il trattamento delle acque primarie. Una scelta, quella di bere acqua a «chilometro zero» al posto di quella in bottiglia, fatta in primo luogo per risparmiare. E che coinvolge non solo l’acqua di casa, ma anche quella di strada. La cosiddetta «acqua dei sindaci» che sta riscuotendo ovunque un diffuso successo. Tutta acqua che, dopo i risultati referendari del giugno 2011, abrogativi di qualsiasi norma per la sua privatizzazione, sarebbe dovuta passare dalla gestione di società private a quella pubblica. Nelle tariffe», afferma Paolo Carsetti, tra i rappresentati del Forum, «prima si pagava anche il 7% del capitale investito dai gestori». Percentuale che dopo il referendum in effetti è sparita dalla tariffazione, ma che in pratica si continua a pagare sotto un altro nome. «È bastato», prosegue Carsetti, «togliere la voce “remunerazione del capitale investito” per inserirne un’altra dello stesso valore chiamata “oneri finanziari”. In pratica, lo stesso modus operandi di quando hanno tolto i finanziamenti ai partiti per inserire il rimborso elettorale.

CertineWs/MGD

Share